lunedì 3 giugno 2013

LA PROTESTA CORRE SUI SOCIAL

SOCIAL: STRUMENTI DI PROTESTA O GRANDE BUGIA E ILLUSIONE?
 Ignoro per quale misterioso caso o disegno del destino, proprio oggi mi è capitato di leggere due commenti dedicati ai social assolutamente agli antipodi.
Da un lato trovo un bell' articolo di Natascha Fioretti, pubblicato da Il Corriere del Ticino, contenente la dichiarazione di Andrew Keen uno dei più famosi e discussi guru di internet, che in occasione del festival del giornalismo di Perugia ha descritto Facebook, Twitter e tutti i social media che popolano la rete e che si fondano sul concetto di condivisione, trasparenza, democrazia come una mera illusione, "una tremenda vertigine digitale", mettendo tutti in guardia sulla grande bufala del web 3.0,  luogo virtuale nel quale ormai si consumano tutte le attività e le relazioni umane.
L'idea di Keen è che i social creerebbero solo ansia narcisistica, ossessione di ipervisibilità e smania incontrollata di far parte di una grande community, per convincerci di appartenere ad un mondo in cui condividiamo ogni aspetto della nostra identità.
Inutile dire che la visione di Keen nei confronti dei social è assolutamente negativa:"...la realtà dei social media è un’architettura di isolamento umano. Nella corsa all’attenzione e alla reputazione in rete non ci accorgiamo che i social media stanno frammentando la nostra identità, esistiamo sempre di più al di fuori di noi stessi...", “Prima vivevamo nelle fattorie, poi nelle città e ora vivremo su internet”. 
Quello che Keen intende denunciare è il rischio che la rete e i social siano solo una una grande bugia nella quale viviamo senza renderci conto che le nostre identità e la nostra reputazione sono merce di scambio in quella che di fatto è un’economia dell’attenzione, un’economia che come tutte le altre guarda al profitto e non all’amicizia, ai legami, ai sentimenti o al benessere umano.

Il mio parere in proposito è che non siano da confondere luoghi e vita
Mi spiego meglio. Il problema non è dove viviamo, ma se realmente viviamo. Come dice Keen prima vivevamo nelle fattorie, poi nelle città e ora su internet, ma quello che non ci dice è che anche nei primi due casi i nostri legami, i nostri sentimenti o il nostro benessere potevano rappresentare profitto per qualcuno, ma in ogni caso noi abbiamo continuato a vivere. Lo stesso vale per i social in cui oggetto della condivisione sono scatti della nostra vita, reazioni e commenti a torti subiti o ricordi di momenti felici...non tutto, ma parte di quello che sta dietro il social è comunque vita, azione...

...ed ecco che proprio mentre pensavo queste semplicissime cose trovo online le notizie sui social e le tragiche vicende turche: "mentre continuano le tensioni intorno a Gezi Park molti cittadini di Istanbul ricorrono ai social media per ricevere informazioni di prima mano e condividere testimonianze delle violenze. Come nel caso delle proteste in Egitto  anche qui i social network provano a riempire il vuoto lasciato dai media tradizionali. Ma, come sottolineano le prime analisi ci potrebbe anche essere una differenza sostanziale rispetto alla Primavera Araba, la partecipazione online dei manifestanti turchi sembra essere molto più alta. Anche perché i social network sono da sempre molto popolari qui: 30 milioni di turchi sono iscritti a Facebook, mentre il 16% degli utenti Internet ha anche un profilo twitter.
 

L'intero Paese sembra vivere una disconnessione cognitiva, con Twitter che dice una cosa, il governo un'altra, e la televisione che si trova su un altro pianeta". L'hashtag #OccupyGezi ha aggregato centinaia, forse migliaia di appelli alla BBC, Reuters, CNN di mostrare al mondo quello che stava realmente accadendo".
La dice tutta il tweet di Zeynep Tufekci studiosa di social media di origine turca, che in questi giorni sta seguendo da vicino le proteste online: "Revolution will not be televised. It will be tweeted." Not a metaphor given self-censorship in Turkish TV. "
Semplice protesta o rivoluzione che sia, quella di Gezi Park è una vera azione, è vita drammatica, violenta, ma pur sempre vita, che passa urlando attraverso la rete.
Per quanto l'analisi di Keen non abbia alcun riferimento ai social e il loro utilizzo nei momenti di protesta, si potrebbe dire che l'equivoco da cui parte è quello di credere che oggi la rete sia esclusivamente il luogo virtuale nel quale ormai si consumano tutte le attività e le relazioni umane. 
Non è così. La rete è il mezzo, che dà visibilità ai "luoghi " in cui si consuma la vita. Tutto sta nel rivalutare e riscoprire il valore di quei luoghi, siano essi le nostre città, le nostte case, le nostre famiglie, i nostri Paesi, le nostre anime.
Perchè una cosa è certa : non sarà la rete, non saranno i social a risolvere i nostri drammi, ma saranno solo le azioni.

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